Who empfehlung prostata screening

Per ottenere questo risultato, il gruppo testato di 73.000 uomini ha dovuto subire 17.000 biopsie. In altri termini, per evitare una morte da cancro alla prostata, si sono dovuti sottoporre a screening 1.410 uomini, effettuare 335 biopsie e trattarne chirurgicamente 48.

Il Ministro Carfagna sul sito del suo Ministero[6] afferma che: “Obiettivo primario deve essere quello di diffondere fra gli uomini la cultura della prevenzione del tumore della prostata al pari di quanto accade fra le donne con i tumori della mammella e della cervice uterina”.

Il New England conclude nel suo editoriale[3]:“lo screening sistematico con PSA dimostra nel migliore dei casi un modesto effetto sulla mortalità da cancro alla prostata nei primi dieci anni di follow-up. Questa diminuzione è ottenuta a costo di un eccesso di casi diagnosticati e trattati. È importante ricordare che il punto cruciale non è se questo screening sia efficace ma se faccia più male che bene”.

Di risposta 12 associazioni scientifiche hanno chiesto la sospensione della campagna di disinformazione[7].

Nel 2009 sono usciti sul New England Journal of Medicine i risultati dei due studi più ampi (uno in Europa ed uno negli Stati Uniti)[1,2] mai realizzati sullo screening del cancro della prostata tramite il test di ricerca del Prostate Specific Antigen (PSA).

Massimo Valsecchi è direttore del Dipartimento di Prevenzione della ULSS di Verona.

Si tratta di un tema difficile da affrontare ed ancora aperto, tuttavia, presentarlo con slogan fantasiosi è un errore certo.

Lo studio europeo[1], che risulta più completo, evidenzia una diminuzione della mortalità pari a 7 decessi in meno su 10.000 uomini testati.

I comunicati ministeriali[6] non parlano mai di PSA ma, dato che non disponiamo di interventi realmente efficaci di prevenzione del carcinoma prostatico e che l’unico screening di massa disponibile (ancorché non affidabile) è la ricerca del PSA, il gioco è fatto.

Cosa dimostra questa pubblicazione? «C’è sicuramente un rischio di sotto-diagnosi e sotto-trattamento con la possibilità di dover trattare casi di neoplasie con un costo maggiore», risponde lo specialista.

«Un grande studio americano denominato Plco non ne ha dimostrato l’utilità nella riduzione del tasso di mortalità, a differenza invece di un importante studio europeo. Nel 2012 – continua – lo U.S. Preventive Services Task Force, un gruppo indipendente di esperti che produce delle raccomandazioni sui servizi di prevenzione come lo screening, ha diffuso una raccomandazione con cui scoraggiava lo screening mediante PSA».

Che effetti ha avuto questa decisione? Lo dimostra uno studio dell’Università di Chicago pubblicato su Journal of clinical oncology. Dal 2012 in poi è diminuito in maniera significativa il numero di uomini da 50 anni in su che si sono sottoposti allo screening per il tumore alla prostata. (Per approfondire leggi qui: Tumore della prostata: test del PSA sotto accusa)

«I programmi di screening hanno senso se pensati per ridurre la mortalità dovuta a patologie letali, come il tumore alla prostata. Devono essere però mirati alle categorie più a rischio, ad esempio quelle in cui il tasso di incidenza è maggiore. Sia la società europea di Urologia che la Società americana di urologia hanno recepito queste indicazioni e al momento consigliano l’impiego del PSA per lo screening negli uomini fra 55 e 70 anni. L’utilizzo nei giovani deve essere riservato a casi particolari, come coloro che hanno un familiare di primo grado affetto da tumore o appartenenti a particolari etnie in cui l’incidenza è maggiore. Le stesse organizzazioni scientifiche sconsigliano poi l’utilizzo del PSA come screening negli uomini oltre i 70 anni», aggiunge il dottor Lazzeri.

Il numero di diagnosi di tumore alla prostata è aumentato notevolmente dagli anni 90 anche grazie alla diffusione di un nuovo esame diagnostico basato sulla misurazione del PSA, antigene prostatico specifico. «L’aumento delle diagnosi di tumore alla prostata è legato all’aumento dei marcatori impiegati ma anche all’allungamento della vita. L’incidenza di questa forma di tumore aumenta infatti con l’età», spiega il dottor Massimo Lazzeri, urologo dell’ospedale Humanitas.

«È compito dello specialista, in strutture di alta cultura formativa e aggiornate, prescrivere gli esami nel modo più corretto valutando costi e benefici».

Il tumore alla prostata è il più diffuso nel sesso maschile. Ogni 100 diagnosi 20 sono di tumore alla prostata (fonte “I numeri del cancro in Italia 2014”). Anche se rappresenta la terza causa di morte fra tutte le neoplasie, il tasso di sopravvivenza medio a cinque anni dalla diagnosi è tra i più alti, pari a oltre il 70% in media, come sottolinea l’Airc.

A differenza dei tumori a seno, cervice uterina e colon-retto, in Italia non ci sono programmi specifici di screening per il tumore alla prostata, «tuttavia con la diffusione del PSA, prescritto sia dai medici di medicina generale che dagli specialisti, si è tradotto in una forma, sebbene non sistematica, di screening. In certe occasioni va riconosciuto – continua il dottor Lazzeri – la prescrizione del PSA può essere stata fatta anche in maniera non appropriata».

«Il gruppo del professor Guazzoni, responsabile di Urologia e Andrologia di Humanitas, è impegnato nella ricerca clinica dei nuovi marcatori sierici fra cui il Phi, il Prostate health index. Con questo esame, di cui si è dimostrata la maggiore accuratezza rispetto al PSA, non solo si individuano precocemente i pazienti con un tumore alla prostata ma soprattutto quelli con le forme più aggressive da trattare con un intervento chirurgico. Non solo: questo tipo di esame è efficace anche per la diagnosi precoce di recidiva in chi è già stato sottoposto a un intervento», conclude il dottor Lazzeri.